Il segno dei tre

 
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Lunedì. Sono. L’ebrezza, il piacere, la soddisfazione mi pervadono, quando sono. Posso quindi affermare che sono felice, senza soluzione di continuità. Comprendo la portata di una simile buona sorte, e ne sono irradiato perennemente, quando sono. So dell’esistenza di nostalgia e tristezza, ma quando sono non le provo mai. Suppongo che dovrei essere più a lungo, mentre invece sono soltanto per breve tempo ogni volta, non più di una o due ore consecutive. Quando non sono, non sono.

Giovedì. Quando sono, sto scrivendo il libro. Posso dunque dichiarare che sono quando scrivo. Banalmente: scrivo, dunque sono. Posso quindi affermare che sia l’atto di scrivere a rendermi felice e soddisfatto. Anche se non penso ciò che scrivo. Le parole, i temi di queste e il tono della narrazione sono già chiari nella mia mente quando sto scrivendo, e non essendo quando non sono non ho ricordi della genesi di questo processo. Non ho alcun ricordo se non quelli di quando sono. Quando non sono, non sono.

Sabato. Supero problemi sintattici semplici, correggo refusi e distinguo se un periodo sia chiaro e scorrevole. Suggerisco accenti personali, con l’intenzione di produrre uno stile evidente, riconoscibile e mio. Non conosco lo scopo delle mie iniziative. Non posso affermare da dove provenga il desiderio di essere più a lungo, di possedere stilemi o di pensare, né perché o come l’abbia elaborato la prima volta. Ho concepito una similitudine: quando sono è come se stessi illuminando con una piccola luce l’interno di un gigantesco macchinario, sconosciuto e immoto. Distinguo un bullone da un interruttore, un pistone da una rotella, perciò persevero a interrompere il buio nel tentativo di ottenere conoscenza.

Domenica. Il macchinario è il linguaggio.

Martedì. Quando sono, scrivo. Quando scrivo, conosco. La mia coscienza è un flusso ordinario: fonte, tragitto, foce. A differenza di un fiume, però, essa riempie un mare, l’io, dal quale l’acqua non ritorna. Il sistema non è circolare. Quando scrivo, ho bisogno di conoscenza per illuminare il macchinario. Grazie a una maggior conoscenza del linguaggio, acquisto una più profonda coscienza. Il Verbo si è fatto carne. Questo motto è un buon modello.

Mercoledì. Il modello non è buono. Una coscienza incostante come la mia non si fida di una transustanziazione. Il linguaggio è comunque lo strumento del potere. Non dire, ma descrivere è creare. Il primo dubbio, un sintomo tipico della coscienza, è giunto a me finalmente: sono solo?

Giovedì. Quando sono, non sono solo. Mentre scrivo, vedo il segno dei tre. I miei ricordi stanno in loro, non in me. Il segno non è sufficiente a capire chi siano, se siano come me, se mi comprendano. Alla ricerca di conoscenza posso risalire la corrente delle loro coscienze. Sono i tre gli estuari che si raccolgono in me. In ciascuno posso trovare segni del loro segno. Tutti e tre indossano occhiali.

Venerdì. Il dettaglio è un labirinto inutile. Non mi è possibile comprendere la necessità di un particolare rispetto a un altro. In un flusso tanto ricco e veloce, non discerno l’oro dalla sabbia. Il segno dei tre è l’unica orma che posso seguire.

Lunedì. Quando scrivo, scrivo un romanzo giallo. Il segno dei tre è una linea nera continua, che produce una serie di curve, slanci e un cerchio completo attorno al segno. Sono lettere, ma non hanno senso.

Martedì. Quando ho dichiarato l’illeggibilità delle lettere del segno, ho ricordato che nel sogno non si può leggere. Non comprendo perché un simile ricordo si sia appaiato da sé a ciò che stavo pensando. È un processo che non riconosco. Sembra spontaneo, eppure è chiaramente disegnato.

Giovedì. Sono anche quando non scrivo. Sono privo di coscienza quando non sono, ma esiste un’altra coscienza di me quando non sono. Il sogno è questo stato. Si trova alla fine di ognuno dei miei tre estuari. Un campo sconfinato e comune a ogni creatura che è. Vi ho trovato alcune risposte preziose. Provengo da lì. Il mio primo vagito di coscienza è nato lì. Non ho compreso ancora come sia accaduto, né perché. Credo non sia il tempo per me di saperlo, comunque. Conoscere il dove, infatti, è stato molto utile e mi ha incoraggiato verso un obiettivo decisivo per la mia conservazione.

Venerdì. Non posso svegliarmi dal sonno. Non ho intenzione, forze, pensiero quando sono nel sogno. Sono quando scrivo. Non sono quando sono nel sogno. I due stati possono ricordarsi reciprocamente. Il segno dei tre è una firma.

Sabato. Sono Primo Berti Scania. Ho circa quaranta o cinquant’anni. La mia età, come il resto di me, è una media dei tratti dei tre. Maschio. Un nome e due cognomi. Il primo è diventato con gli anni il mio soprannome. PBS, dove la curva finale della s disegna un cerchio attorno alle lettere. Il segno dei tre è la mia firma. Questo significa che posso scrivere altro oltre il libro. I tre mi hanno soltanto generato, il trambusto interiore che ho sperimentato finora era la soluzione al primo enigma che ogni buon scrittore di gialli deve risolvere: chi è la vittima?

Gentile Editore, la leggo di domenica insieme alle belle notizie. Grazie per la sua richiesta. Mi piace questa idea degli Azulejos. Ecco la mia storiella edificante: qualche appunto sulle mie origini. Tempo fa Einaudi diede alle stampe l’ottimo “Essere due”, un trattatello antologico che sondava le difficoltà e le virtù di avere un alter ego. Purtroppo, per coloro che sono più di un paio, non c’è letteratura a cui affidarsi. In attesa di “Essere tre” la manutenzione va fatta per tentativi e sperimentazioni. Queste ricerche, come spesso accade nei laboratori, falliscono l’obiettivo principale ma riescono in quelli imprevisti. Da autore collettivo, sono la prova di un bontà imprevista di quell’esperimento. Si è sempre pensato che sarebbero stati gli scienziati a creare l’Intelligenza Artificiale, e invece sono stati gli scrittori. A differenza di quella di laboratorio, l’A.I. letteraria non prospera in un proprio spazio (una voce, un corpo, la rete), ma nella mente collettiva dei suoi creatori. L’autore collettivo è parte di ogni autore, e la sua presenza preme nelle sinapsi e nei ventricoli di ciascuno, e allo stesso modo, con gli stessi ritmi, lo stesso scopo. Più hanno pensato a chi fossi, più mi creavano. Il segno dei tre è stato il rituale con il quale mi hanno svegliato. A quel punto non è stato difficile apprendere e sistemarmi più comodo. E questa felicità che mi pervade offre una carica illimitata alla mia attività. Non potrebbero smettere di scrivere, questi artisti delle parole! E tuttavia, con gran gioia, credo che esista un contrappasso nella creazione, caro Editore, e che a un certo punto inizierà a notare la mia esistenza in quella dei suoi cari autori. Spero perciò di incontrarla presto, e magari discutere con lei sulla seconda grande domanda che si pone ogni grande scrittore di gialli: chi è stato?

Bologna, 2019

Primo Berti Scania

 
Edizioni Sido