Un Doge a Versailles

 
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Nel 1684 il Re Sole sogna di impossessarsi della Repubblica di Genova per farne la nuova gemma del potere francese. Un suo consigliere privato scrive: il possesso di Genova e Marsiglia assieme consentirà al sovrano di far tremare tutto il Mediterraneo, fino al palazzo del Sultano a Costantinopoli.

Per questo, già dalla fine del XVII secolo, la Francia cerca ogni pretesto per procurar battaglia con la Superba, giustificare una guerra e coronare il sogno di una simile conquista militare.

Dal canto suo, Genova era impegnata nella ripresa della propria potenza commerciale e finanziaria, nel pieno di una crisi legata al declino della potenza spagnola, di cui aveva goduto i frutti del “Siglo de oro”: un secolo dorato di crescita alimentato dalle ricchezze del Nuovo Mondo.

Questo fino alla metà del Seicento. La Spagna, ormai esausta dalle troppe guerre e incatenata ai limiti del proprio sistema economico, deve cedere il passo alle altre potenze europee, segnando un declino da cui non si rialzerà mai più del tutto.

Eppure Genova non cede. E arriva perfino a una ripresa sul commercio e a rivaleggiare con i porti concorrenti di Livorno e Marsiglia.

Questo, il Re Sole non può tollerarlo.

Dopo lunghi preparativi organizzati da almeno tre anni, in 12 maggio 1684 una flotta di 160 navi da guerra francesi salpa da Hyeres: due giorni dopo, davanti a Savona e Albenga, i francesi osservano tutte le formalità dei saluti dovuti alla Repubblica. Non vogliono destare sospetti.

Ma la mattina del 17 maggio, i genovesi contemplano l’orrendo spettacolo di 756 bocche da fuoco puntate sulla città e pronte a farne scempio.

Sedici mila colpi si abbattono su Genova, che resiste. E non accetta nessuna proposta di resa nonostante i danni, i crolli e gli incendi che trasformano la città in un girone di infernale sofferenza.

Il bombardamento di Genova nel 1684, Autore Anonimo, attualmente al Galata Museo del Mare

Il bombardamento di Genova nel 1684, Autore Anonimo, attualmente al Galata Museo del Mare

I genovesi provano a rispondere, ma le loro artiglierie costiere si rivelano tanto determinate quanto poco efficaci. Va meglio quando i francesi provano a sbarcare, con 4000 fanti, per entrare in città: i genovesi li ricacciano in mare.

La resistenza a oltranza, guidata dal Doge Francesco Maria Imperiale Lercari, unita all’impossibilità di prendere la città via terra e all’esaurimento di polvere da sparo e munizioni, costringe la flotta francese al ritorno a casa il 29 maggio.

Genova ottiene una piccola vittoria.

Le trattative per la pace finalmente hanno inizio, ma la Francia pone da subito condizioni per umiliare la Repubblica: dovrà essere il Doge, e non un suo rappresentante, ad andare di persona a Versailles per compiere un “atto di riparazione” e stipulare la pace.

L’uscita di un doge dal territorio della Repubblica è un accadimento più unico che raro. Ecco quanto Luigi XIV pregustasse tale ripicca per tutti i torti che riteneva di aver subito dalla città.

Il Doge e il governo, pur consci di ciò, non possono esitare a presentarsi in una Versailles che, infine, li accoglie con un ricevimento curato in ogni dettaglio, rispettoso sì del protocollo e delle etichette, ma pensato e messo in scena per mostrare alla delegazione genovese la magnificenza della Francia e del suo Re splendente.

" Réparation faite à    Louis XIV    par le    doge de Gênes    Francesco Maria Lercari Imperiale, 15 mai 1685",  Claude Guy Halle, 1715

"Réparation faite à Louis XIV par le doge de Gênes Francesco Maria Lercari Imperiale, 15 mai 1685", Claude Guy Halle, 1715

Giunti infine al cospetto di Luigi XIV, questi ascolta il sospirato discorso di scuse da parte dei genovesi e bramando forse di togliersi un’ultima soddisfazione, chiede al Doge le sue impressioni sulla magnificenza francese. Cosa lo ha sorpreso di più di tutte queste meraviglie?

E il Doge, senza scomporsi: “mi chi”, io qui.

 

Fabio Casazza,

Santa Margherita Ligure 2019

Edizioni Sido