Piazza Corvetto

 
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Amo il caldo che fa marcire le rose, bollire l’asfalto, sfumare la vista, desiderare un nuovo inverno. Amo il caldo che cerchiamo di ammazzare con i ventilatori lenti e rumorosi, pieni di polvere tra i raggi, scricchiolanti e cigolanti senza olio, o con il condizionatore demoniaco che soffia aliti d’inferno nei cortili. Amo le città che piangono e si contorcono, piegate dall’afa, con le ringhiere di ferro che diventano bollenti e aggiungono petali infuocati ai fiori liberty, volute di menti assorte, fantasie di draghi, mondi fatti di sabbia e sassi del mare sfumati in lontananza, mai raggiungibili. Amo i piedi che bruciano quando toccano la terra e si ritraggono come polpi intimiditi nel loro sbuffo d’inchiostro, le mani bramose di contatto, di pelle, di sangue umano come vampiri impazziti nel sonno. Amo stare ferma in questo caldo e lasciare accadere, il niente si dilata come nei pomeriggi degli anni 80, quando aspettavo il sole scendere per attraversare via Napoli, spietata, senza alberi, in cerca di un sorriso. Amo la lentezza pachidermica dei ricordi, molli e a volte maleodoranti, già marci come le rose, le magliette rosso fuoco piene di scritte, i nastri nei capelli, i pantaloni a righe, le racchette da ping pong. Amo l’ago nelle mani di mia madre che si alza e si abbassa nell’ombra concessa dai palazzinari, dietro una tenda da sole, sopra una stoffa colorata, e i miei occhi persi nelle righe di un libro, di un libro, di un altro libro. Amo la vita invisibile e silenziosa della mia città d’estate, quando finalmente si riposa, si scuote tutti di dosso e li manda al mare, sulle spiagge, ad accatastarsi sulle loro carni e a succhiare gelati confezionati o a lasciar sciogliere ghiaccioli come le meduse per gli sguardi sbalorditi dei bambini. Amo le piccole lucertole che attraversano le creuze – guarda come sono veloci, giovani, in un attimo sono già sparite nella fessura di un mattone spezzato. Amo i gelsomini che lasciano perdere, si addormentano aspettando un’altra fioritura, e i vetri di bottiglia in cima alle muraglie quando mandano bagliori di minaccia e sembrando diademi sui capelli di una principessa. Amo i corpi che sovrastano le menti, smettetela di progettare, sembrano dire, guardate la pelle che si arrossa, e le rughe che si stendono, i capelli chiedono l’acqua come per fluttuare in un sogno dimenticato. Amo il vuoto delle grandi arterie, di corso Europa alle due del pomeriggio, come una milonga da riempire di danze sulle corsie degli autobus o sui parapetti dei viadotti, amo quell’ansia di fluido, di borse colorate piene di cappellini per il sole, di autobus pieni e di urla, di bicchieri pieni di vino bianco fotografati e pubblicati, come a dire guarda noi, guarda la fortuna. Amo i presagi di morte dei primi di giugno, le prime foglie secche si incastrano nei sandali, come una certezza ineludibile e violenta, amo il colpo di coda della vita intera, di tutti gli esseri visibili e invisibili che già si arrende all’incalzare di settembre. Amo l’estate. Amo quello che ho perduto.

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Elena Nieddu

Genova, 2019

 
Edizioni Sido