Due nella bottiglia

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“Curiouser and curiouser”, cried Alice.

 

 

(La scena si svolge interamente all’interno della bottiglia. Una vecchia bottiglia Perrier verde, di vetro, di cui si intravede ancora l’etichetta, logora, appena leggibile, ma a rovescio. Solo l’imboccatura resta invisibile, in fondo alla scena, punto prospettico di fuga, unica via di uscita. Lui e Lei sono nella bottiglia, in abito da casa, vestaglia o pigiama. Due poltrone, abat jour, la  radio trasmette un rumore di mare che si frange, di ciottoli sbattuti. Tutti e due leggono e non sembrano infastiditi dalla radio. Tra loro, la solita teiera fumante. Latte, tazze di porcellana. Biscotti.)

Lui (alzandosi di scatto e mettendo da parte il  libro: un guizzo smanioso di malumore, più che di ribellione) Eppure…dovremmo uscire, qualche volta! Sono stanco di rileggere sempre gli stessi libri.

Lei (senza alzare gli occhi dalla rivista di arredamento che sta sfogliando, evidentemente abituata ai futili scatti di noia dell’altro) “Uscire…”, vuoi dire ogni tanto, o prima o poi?

Lui Non sottilizziamo, come al solito. Qualche volta mi prende una smania, non so, una specie di nostalgia per quello che c’è là fuori (fa un gesto vago verso il collo della bottiglia), e insieme una pena per me, per te, per noi, qua…così.

Lei Sei sempre vago. “Così” come?

Lui (Sospira, si arresta, ha un moto qualunque di rassegnazione. Poi si alza e va verso la parete di vetro, muovendosi goffamente, come un astronauta nello spazio, a causa della  forma curva della bottiglia. Comincia a fare le boccacce verso l’esterno, che gli restituisce la sua immagine deformata) Ogni volta mi sorprendi. Questa indifferenza. Questa apatia. Questa durezza ostile verso ogni proposta nuova. Non provi davvero mai quello che io provo, anche se – lo ammetto – non riesco a descrivertelo se non usando parole confuse come io sono confuso.

Lei (Con un sospiro mette da parte la rivista e abbassa il volume della radio. Inizia a versare il tè per tutti e due) Non ci riesci, lo sai bene, perché non ci sei mai stato, là fuori, non sai cosa significa, perché la tua nostalgia non ti appartiene, è un falso. Tu leggi troppo.

Lui A volte, sai, trovo più affettuosa la tua indifferenza. Continua a leggere, ti prego…ti prego!

Lei È che sei troppo sprovveduto, troppo…indifeso. La realtà della nostra condizione, di questa luce verde che ci avvolge, di questo rotolare di sassi che non quieta mai, ti colpisce ogni volta come se non te ne fossi mai accorto, prima…come se non ci fosse un prima assolutamente identico all’adesso: lo stesso verde soffuso, così rasserenante, ogni volta che passa un ombra ti metti a piagnucolare come se  ci trovassimo in chissà quale situazione di pericolo. Oppure, stai delle ore schiacciato contro quel vetro a fare le boccacce: a chi? A te stesso.

Lui Chiedo aiuto, forse…

Lei (Proseguendo senza ascoltarlo) Tocca a me ripeterti le solite cose. Che non siamo mai stati là fuori, che è bene che continui a essere così. Che addirittura non siamo certi che ci sia davvero, un ‘là fuori’. Che potrebbe essere un’illusione, un effetto ottico, come io sospetto…E poi, anche se riuscissimo a uscire di qua, ci sarebbe possibile tornare indietro? Sono tutti ragionamenti oziosi. Resta il fatto che la sola via di uscita è troppo stretta, e che solo regredendo alla dimensione di un feto potremmo utilizzarla. E poi? Una volta usciti, chi ci restituirebbe la nostra vera dimensione?

Lui Il tuo realismo è davvero meschino. Eppure, anch’io, sai, non sono il patetico sognatore che tu immagini, o vuoi immaginare. Ho dei sogni, sì, ma anche dei progetti. Ho esplorato tutto questo luogo. L’ho toccato palmo a palmo. Conosco a memoria questa superficie verde, i punti dove il vetro è più spesso, quelli dove è più sottile…Un colpo ben assestato potrebbe costringere questo involucro maledetto a aprirsi in due. Ho scolpita in mente la mappa delle suture, delle bolle, delle asperità, delle curvature. E sospetto che quei segni in rilievo là in fondo siano un’antica scrittura, la stessa che si vede, a rovescio, sulla parete: P-E-R-R-I-E-R. Eh? Che ne dici? Ho strisciato dovunque col mio corpo, confrontando le esperienze con la conoscenza dei libri. Ho cominciato a capire. Per questo sono inquieto. Io…so!

Lei (Deridendolo) “Tu sai”…cosa?

Lui (Tutto d’un fiato, come temendo che la conoscenza, raccontandola, gli possa sfuggire dalla bocca una volta pronunciata) Io so…che questa è una bottiglia che si chiama PERRIER e che…dunque… l’esterno esiste e qualcuno ha creato la bottiglia. Probabilmente affidati a qualche elemento liquido noi abbiamo percorso distanze incalcolabili, per un tempo imprecisato, vicino all’eternità ma non proprio. Ora siamo arenati su una spiaggia, e l’elemento liquido ci reclama: la radio ce ne trasmette ogni giorno e ogni notte la voce possente. Ecco.

Lei (Sforzandosi di rimanere seria) Davvero interessante: prosegui!

Lui (Sentendosi incoraggiato) Credo, inoltre, che la nostra dimensione sia un fatto accidentale e che in un modo che ancora non mi si è rivelato, potremo rimpicciolirci tanto da  uscire di qual attraverso quel buco (indica il collo della bottiglia) verso un altro mondo: magari entrandoci da creature minuscole o, come dicevi tu, in una specie di stato fetale, gridando e piangendo e balbettando…

Lei (Vagamente turbata) Fantascienza!

Lui Ho letto di molti casi, simili al nostro, e ho visto anche dei disegni. Navi intere, e case, persino città e monumenti sono stati rinchiusi in una bottiglia. Una quantità di cose vi può essere fatta entrare.

Lei Già, ma quanto a uscirne…cos’hai trovato al riguardo nei tuoi libri?

Lui Difficile a dirsi. Le opinioni degli esperti sono diverse, e devo ancora arrivare a una conclusione. Esplorare, indagare, calcolare, fare congetture. Forse, se riuscissi a spingermi più avanti, verso l’imboccatura della bottiglia…

Lei Per carità! Sai bene com’è andata a finire l’ultima volta che ti sei ficcato in quel buco pieno di sabbia. Non sopporterei di trovarmi ancora in una situazione così penosa e ridicola. Io che ti tiravo per i piedi e tu che gridavi in preda a un attacco di claustrofobia. No, non credo proprio che te lascerò fare un’altra volta.

Lui Lo so, oh lo so bene che non me lo lascerai fare…Hai paura di restare sola! E poi, tu ci stai bene qua dentro. Ho il sospetto, a volte, che sia per colpa tua che mi ci trovo anch’io.

Lei La solita accusa. Me l’hai rivolta tante volte che provo imbarazzo per te anche solo a difendermi.   La storia del peccato originale…davvero poco originale! Per fortuna ci pensi sempre tu a smentirti, con le tue azioni sconclusionate. E poi? Mi invochi! Perché ti tolga dai guai. Dimmi, è mai andata diversamente? A volte, credimi, non è facile sopportarti. La solitudine non può essere peggio.

Lui Ah, è così? E le tue paturnie, allora, le tue malinconie, chi le deve sopportare se non il sottoscritto? Chi ti deve…comprendere quando sei tu ad appoggiare la fronte al vetro con l’aria di chi guarda infinitamente lontano, verso impensabili felicità? Lo so bene, di cosa hai voglia, in quei momenti!

Lei Cafone!

Lui Troia!

Lei Troia a me? E quelle che ti piace guardare la notte, alla televisione, quando credi che io dorma?

(Si azzuffano goffamente, rotolando da una parte all’altra della bottiglia. Improvvisamente risuona cavernosa la voce del reverendo Dodgson, proveniente dall’esterno. Il reverendo soffre di balbuzie, dovuta alla sua inguaribile timidezza.)

Rev. Ehm, v-voi l-laggiù…s-signori…Avete per caso visto una bam-bina d-di, diciamo, do-dodici anni? Cape-pelli l-unghi, bi-biondi…A-a-lice, si-ssi chiama Alice.

Edizioni Sido