Come ricostruire Genova

 
aszulejos1.jpg
 

  Ferita dalla tragedia inconcepibile del Morandi, Genova è vittima specialissima dell’incuria italiana verso il proprio patrimonio. Sul palco internazionale della visibilità mediatica questo particolare patrimonio è soprattutto umano. Illuminata a giorno sulla stampa globale, Genova rivela l’abitudine allo spreco di talenti e l’idiosincratica resistenza all’accogliere le idee novissime e foreste.

  Eppure, in questa Genova fontaniana, il taglio assoluto e carotideo del ponte alla geografia della città ha aperto un’emorragia inaspettata. Mentre perdeva a grande velocità il suo sangue, da quello stesso squarcio la Superba ne ha iniziato a accogliere altro. Dopotutto, è sempre in direzione ostinata e contraria che Genova ha sorpreso il mondo.

E a meno di un anno da quel 14 agosto il  capoluogo è già, sorprendentemente, territorio di conquista e sperimentazione da parte di soggetti diversi e diversamente intenzionati.

Le più rumorose e numerose iniziative hanno preso il via dal dinamismo muscoloso dell’attuale amministrazione pubblica, figlie di una filosofia piuttosto comune oggigiorno e non sempre negativa: go fast and break things. L’afflusso turistico mai così massiccio e la virata verso una Genova città dei festival, luoghi liquidi per eccellenza, sembra iniziare a dare frutti all’economia e al risveglio almeno di quelle zone all’interno del loro raggio di influenza. Con qualche genovesissimo intoppo: a Nervi il neonato cinema all’aperto chiude per il mugugno dei residenti tutt’altro che resilienti, ma ahinoi ancora fatti della stessa fallimentare materia del Morandi.

Ordito , 2019

Ordito, 2019

E poi a ruota tutti gli altri: i privati si muovono verso investimenti immobiliari curiosi e coraggiosi; luoghi epicentrici di cultura come il Teatro della Tosse si espandono e prolificano; i libri iniziano a rosicchiare i topi e aprono a nuove fiere ricche di gioia e all’insegna della ricerca e degli appuntamenti off in giro per la città. Esempio di questo entusiasmo è la via Dei Giustiniani, dove i locali notturni ospitano incontri a inaspettato tasso culturale e dove gli architetti si prendono lustro piantando bandiera su suolo lunare e inventando un minuscolo e ambizioso design district.

  Laggiù, in fondo a ogni discorso, il ponte di Piano è già nell’immaginario di tutti, nuova Lanterna di coraggio finché dura la notte, con i suoi pilastri consolatori ben piantati in terra, monumento ombelicale di una civitas che vuole ritornare a essere maestosa e cinta da ogni lato.

E ogni immaginario, quando è maturo e sano, genera figli cadetti, discoli, geniali e necessari. Stefano Boccardo è uno di questi, e certamente uno dei più promettenti.

Commix-zone, 2018,  foto di archivio da  stefanoboccardo.it

Commix-zone, 2018, foto di archivio da stefanoboccardo.it

La sua “Confini e Commistioni”, allestita negli spazi di Sala Dogana, detona una presa di coscienza tanto coraggiosa per i genovesi quanto antica per l’umanità: costruire è dialogare e ricostruire è un atto curativo.

La mostra raccoglie progetti site specific, land art, design radicale e installazioni pubbliche dell’architetto e designer, un portagioie antologico dell’ultimo lustro di attività e di incursioni più remote.

Genova è nota per celare sorprese e epifanie, questa mostra è un Mandylion improvviso, un’altra nuit de Gênes: eccolo qui, in queste tre sale sotterranee e intime, lo spirito con cui la città dovrebbe avvicinarsi ai progetti futuri.

Commix-zone , 2018

Commix-zone, 2018

La natura delle opere di Boccardo è che esse siano esposte all’usura o all’utilizzo, e questo ne scatena la decadenza, ma simile consumo non è attività distruttiva.

Qui si innesta la sorpresa che ci riserva l’artista: la manutenzione necessaria è coinvolgimento, riscoperta, adattamento, commistione. L’equilibrio, ovvero la buona forma (ivi, letteralmente) è data dal superamento delle barriere fra natura e intervento e dall’avvio di un dialogo dell’uomo con le risorse che intende sfruttare e sottomettere.

Caja de la Memoria colectiva , 2011

Caja de la Memoria colectiva, 2011

In Commix-zone il riposo è esercizio (che saggezza meravigliosa) e si accompagna allo zen sonoro di un pattern linguistico che ricorda come il meltin’ pot sia da sempre foriero di migliorie genetiche e sistemiche, nell’uomo. La commovente Casa per viaggiare il mondo è un’ode all’unicità privata che si integra nella quotidianità pubblica. Un’altra abitazione, la Caja de la Memoria colectiva, fa l’occhiolino all’ormai onnipresente briccone dell’arte contemporanea, ma senza volerne acquistare il tratto noioso, quello del calembour iconoclasta, anzi invitando lo spettatore a diventare un trickster utile all’elevazione di se stesso.

Una casa per viaggiare il mondo,  2017, foto di archivio da  stefanoboccardo.it

Una casa per viaggiare il mondo, 2017, foto di archivio da stefanoboccardo.it

E così a un certo punto della mostra ci si accorge che quello che Boccardo sta davvero facendo, anche se nel suo fin troppo modesto rimanere prudentemente tangente al mondo dell’arte: dare al suo pubblico un manuale operativo e funzionante per hackerare con la natura la natura. Ovvero: la prossima evoluzione umana spiegata al pubblico dell’arte contemporanea.

Le lezioni semplici spesso si dimenticano, e questa Genova ha proprio bisogno di riscoprirne una talmente basica da essere stata innominata dalle ultime generazioni dei suoi costruttori: “non c’è crescita senza interazione”.

Trabordi , foto di archivio da  stefanoboccardo.it

Trabordi, foto di archivio da stefanoboccardo.it

Purtroppo Sala Dogana non ha i mezzi per offrire una squadra di supporto agli artisti che ospita, e che quindi si devono fare curatori, allestitori e ufficio stampa. Non sfugge, dunque, qualche ingenuità nel percorso espositivo e un certo idioletto nei testi di sala, ecco però che la cosa funziona anche per tale necessità/virtù: Genova è esattamente così, una malta forte delle proprie qualità che cozzano e diventano l’una pilastro dell’altra. Viene ammirata anche negli errori, viene amata perché stringe nel pugno brutalismo e barocco, miasmi e foglia d’oro, porpora e pragmatismo.

Come si mantiene questo equilibrio? Con la simmetria morale della sostenibilità, con l’intelligenza dell’architetto Fanciullino. Le opere di Boccardo sono origami dermici di un artista ancora nella crisalide dell’architetto, e soltanto con tale ingenuità capace, con tale commistione concentrata ricostruiremo la città senza violentare la sua natura profondamente umana e la sua legittima dignità. Boccardo ce lo ricorda inserendo nell’antologica Ordito, un camminamento geometrico progettato per soddisfare la necessità ordinativa dell’uomo cosmopolita e al contempo per metterlo di fronte alla necessità della sostenibilità. E ce lo ricorda anche (torniamo lì: l’assenza del curatore) omettendo Trabordi, realizzata in collaborazione con la truppa del Gruppo Informale, una struttura di legno costruita per sostenere, essere attraversata e ospitare.

Un organismo leggero, poetico e naturale che ha bisogno di partecipazione per sopravvivere e dare i suoi frutti. Allestita nella splendida piazza De Ferrari, faceva un magnifico paio con il capolavoro siderurgico al centro della fontana. Aiutava il pubblico a raggiungere Genova e a scoprirla. Ricorda qualcosa?

Forza Boccardo, e sursum corda Genova.

 

Crevari, giugno 2019

Andrea Benei

Edizioni Sido