Salmastro connection

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Passeggiata a mare, in un tramonto fatto di afa e salmastro. Soffia, menomale, un tenace scirocco che per quanto appiccicoso rende l’aria respirabile. Le prue delle navi in rada sono tutte volte a sud e annaspano tra le crespe bianche del Tirreno. Umida lo è sempre stata Livorno, da prima di divenire città: era una zona paludosa, al tempo leggendario di Ercole Labrone, il suo eroe mitologico: una delle sue fatiche era stata quella di bonificare la zona, asciugandola dagli acquitrini e paludi pestilenti. A metà del XV secolo, Livorno è poco più di un villaggio di pescatori. Non molto a nord si trova Pisa il cui prestigio, svanita la gloria medievale di Repubblica Marinara, si inabissa ora insieme al porto. Una perdita inaccettabile per la famiglia de Medici, i governatori della regione, che investono nell’ampliamento del villaggio sito sulla costa tirrenica, riconoscendogli le fattezze di un buon approdo, per rimpiazzare il porto pisano. Il Millecinquecento è un secolo chiave per la mia città, tempo di bonifica, fortificazione e legislazione: Cosimo I, con un gesto che unisce umanità e profonda coscienza delle implicazioni commerciali, offre asilo agli ebrei in fuga dall’Inquisizione avviando una fertile stagione di riflessioni sull’ampliamento del nucleo; presto la Fortezza Vecchia, che si affaccia sul Porto Mediceo, sarà troppo piccola per contenere gli abitanti. Ci pensa- poco, vista la morte repentina- Francesco I ad affidare al Buontalenti la fortificazione e il progetto a pianta stellata della città. Ma è suo fratello Ferdinando I de Medici, terzo Granduca di Toscana, a rendere la città il crogiuolo che Livorno diverrà nei secoli successivi. È il 1593, il censo conta poco più di 500 abitanti e Ferdinando con le Leggi Livornine invita

 

mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, dicendo ad ognuno di essi salute…

 

a stabilirsi qua, con la promessa di cancellare debiti e delitti e di rispettare ogni orientamento religioso e politico. Nel 1593, il Granduca offre il saluto e l’accoglienza a tutti. Ferdinando sta aprendo il porto e offrendo accoglienza per il bene dei commerci, e al tempo stesso sta popolando la sua città marittima con una fauna variegata, da sempre riassunta nel laconico binomio “galeotti e puttane”, provenienti da tutto il Mediterraneo. Una strategia di politica economica che definisce una genia singolare, una discendenza variopinta, un bagaglio somatico invidiabile e soprattutto quel  carattere rissoso e insubordinato che è ancora nostra croce e delizia, nostro vanto e stigma. È il caso di ricordare qua che Ferdinando I è lo stesso raffigurato della statua in marmo all’entrata del porto che oggi attira le perplessità dei visitatori; la sua figura fiera sovrasta quattro schiavi africani incatenati le cui anatomie in bronzo scolpite dal buon Pietro Tacca non lasciano molto spazio all’immaginazione; sono oppressi e durante la Rivoluzione Francese la statua sarà oggetto di aspre polemiche…buffo che a poche centinaia di metri si trovi custodita, nel Museo di Città, la prima copia italiana della Encyclopédie di Diderot, che proprio a Livorno venne stampata.

La nostra contraddizione inizia qui: un governatore che apre il porto a tutti quelli che non possono o non vogliono vivere altrove, ma che, raffigurato in un prezioso marmo di Carrara- scolpito un paio di anni dopo l’emanazione delle Leggi Livornine- finisce per mostrarsi non su un comune piedistallo, ma su un gruppo scultoreo di conturbante bellezza, un quartetto di schiavi africani incatenati, i famosi Quattro Mori.

 

Per chi la ama, per chi la vive, per chi non riesce a viverci, ma anche per i molti che non riescono ad abbandonarla, questo è il carattere assoluto della città: una tensione costante tra accoglienza e repulsione, generosità e ritrosia, altruismo e diffidenza che rende i suoi abitanti adorabili e intrattabili, generosi e spietati. Andiamo agli esempi pratici: mentre scrivo, sulla piazza a mare balaustrata, nel tramonto ancora appannato, assisto mio malgrado alla sfilata di pensionati bagnanti che usciti di casa in accappatoio, infradito e occhiali da sole, si avviano al molo per il calasole-il bagno al tramonto. Si salutano con epiteti coloriti; c’è un via vai costante di corridori, numerosi e accuratissimi nei dettagli di stile, da soli, in coppia o terzetto, uomini e donne, sgargianti o dimessi e di tutte le taglie…in fondo gli stessi che più tardi o domani, saranno seduti qua al bar, alla stessa ora dedicata all’aperitivo-o al fitness, appunto. I pochi turisti che ci sono si adattano, cambiandosi il costume in piena luce e in mezzo alla strada, mentre un gabbiano alto come un pastore tedesco tenta il furto della loro busta della sporcizia. Sullo sfondo la chiesa di San Jacopo, asseconda il crepuscolo tingendosi del un rosa calido di tanti porti del mediterraneo. Lo scirocco rende l’aria frizzante, mi verrebbe da chiedere un’altra birra, mentre ripenso a un articolo che ha fatto di recente scalpore dalle nostre parti. Apparso in luglio su una nota rivista musicale, l’articolo segue un po’ questa stessa linea di contrasti, costruendo l’immagine principale attorno a una similitudine geografica che vuole Livorno come Miami d’estate e Chernobyl d’inverno. Sì, perché, poco più a nord della passeggiata a mare, c’è la raffineria che, insieme al porto industriale e all’inceneritore, ci porta in vetta, secondi solo a Taranto, alle classifiche delle città con i tassi più alti di malattie legate al lavoro. L’articolo-scritto direi da un non livornese che della città, o di un suo nativo, si è innamorato- è un lungo elenco di luoghi comuni, ma sarebbe inutile negare che in questa scissione iniziale, in questa dicotomia ambientale drastica e sfrontata, risiede molta della bellezza di Livorno. Che vanta uno dei pochi palazzi in stile liberty del paese e compie solo pochi e blandi tentativi per non lasciarlo marcire, abbandonato, sotto il cavalcavia della stazione; che ha borghi e botteghe antiche, ma che preferisce inaugurare un centro commerciale all’anno, e che ha dato i natali a gente del calibro di Amedeo Modigliani, Pietro Mascagni, Giorgio Caproni, Piero Ciampi e si deve affannare per riscoprirli e farli conoscere alla città. In fondo non si capisce dove si è si è nati fino a che non si è vissuti altrove; se volessimo esser romantici diremmo che la lontananza è come una libecciata che  spazza via le nuvole, lascia vedere meglio le cose. Certo è difficile dar torto a chi dice che il primo problema di Livorno sono i livornesi, ma è anche vero che è una massima applicabile anche a Roma o a Milano, in fondo a ogni città…quindi Livorno è una città di provincia che è stata una grande città? Dell’antico splendore, sembra conservare solo le criticità: 3 sinagoghe nell’800 e una ventina di teatri a inizio del ‘900, quando era il luogo di villeggiatura per l’alta borghesia e per la regina Margherita, che si scelse uno scoglio tutto per sé. La città, immersa in una luce che è la gioia di tutti, apprezzatissima nel cinema, anche soprannominata la Napoli del Nord, o la Marsiglia italiana, è un luogo dove splendore e decadenza non si abbandonano mai. Senza scomodare la politica, il mio augurio è che possiamo lamentarci meno delle pecche, imparare a riconoscere i nostri limiti, e magari volgerli a nostro favore. Terminata questa riflessione, sperando che serva da invito a visitare Livorno e accettarla nei suoi contrasti, pedalerò verso sud per andare al mare; accomodata su uno scoglio sarà impossibile sfuggire alla competizione delle vicine coi bikini giganti, che disquisiranno a voce altissima dei menu estivi portati in tavola, o ai commenti liturgici dei pescatori in fila sul molo con le braccia incrociate dietro la schiena, sul campionato che sta per iniziare, il poco pesce e il molto caldo in mare.

 

 

 

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